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Biografia

 

Attilio Scimone (Riesi, 1951) sviluppa la propria ricerca a partire dagli anni Settanta, durante gli studi di Architettura presso l’Università di Palermo. In quel contesto l’incontro con il pensiero estetico di Rosario Assunto orienta in modo decisivo il suo percorso: la fotografia non come pratica descrittiva, ma come interrogazione critica e metafisica del paesaggio, della materia e della luce.

Attivo nel contesto analogico dell’epoca, Scimone radica fin dall’inizio la propria ricerca nel bianco e nero. Se inizialmente l’analogico rappresenta la condizione storica del medium, nel tempo esso si consolida come scelta strutturale e ontologica: non semplice tecnica, ma dispositivo attraverso cui la fotografia si configura come esperienza materiale della luce e del tempo.

Lavorando con medio e grande formato, approfondisce i processi chimici e le possibilità espressive dell’emulsione fotografica, trasformando la superficie dell’immagine in luogo di stratificazione. Gelatina, densità tonali, abrasioni, residui: la materia non è supporto neutro, ma campo di tensione e di sedimentazione temporale.

Tra gli anni Ottanta e Novanta realizza cicli fondamentali dedicati alle Solfare di Sicilia e all’archeologia industriale, sottraendo il paesaggio alla dimensione documentaria per orientarlo verso una struttura simbolica e formale. In questo periodo sviluppa il Grignotage, una tecnica personale di incisione fotografica fondata sulla manipolazione e sulla sottrazione dei neri profondi, che conduce l’immagine verso una soglia in cui fotografia, grafica e superficie plastica tendono a convergere.

Parallelamente sperimenta procedimenti di Polaroid Transfer e Polaroid Negative, concependo l’opera come evento irripetibile e come processo aperto. La cessazione della produzione Polaroid nel 2008 segna una discontinuità tecnica che coincide con una progressiva radicalizzazione della ricerca in senso essenziale e concettuale.

Dagli anni Duemila la sua produzione si articola nella trilogia La Terra Metafisica — Land / City / Sea, in cui paesaggio naturale, struttura urbana e Mediterraneo vengono assunti come dispositivi percettivi e categorie simboliche. In questo contesto la Sicilia non è più luogo geografico, ma laboratorio fenomenologico: spazio di apparizione, sospensione e rarefazione, in cui luce e tempo si manifestano come condizioni primarie dell’esperienza visiva.

I cicli successivi – tra cui Imaginary Landscape, Sea in Suspension, Materia e Luce, Human – approfondiscono ulteriormente l’immagine come processo e come soglia, orientando la fotografia verso una dimensione di rarefazione formale e di interrogazione ontologica. L’opera si sottrae alla narrazione per configurarsi come spazio di esperienza e di pensiero.

Accanto alla pratica artistica, Scimone svolge dal 1986 un’intensa attività didattica, contribuendo alla trasmissione della cultura fotografica analogica come linguaggio critico e consapevole.

Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private, musei, fondazioni e archivi fotografici, e sono state oggetto di mostre e pubblicazioni dedicate al paesaggio, all’architettura e alla memoria dei luoghi.

L’opera di Attilio Scimone si distingue per la ridefinizione della fotografia come dispositivo di conoscenza: non rappresentazione del reale, ma spazio in cui materia e luce rendono percepibile la tensione tra apparizione e permanenza, tra visibile e invisibile.

Biography

 

Attilio Scimone (Riesi, 1951) develops his artistic research beginning in the 1970s, during his studies in Architecture at the University of Palermo. In that context, his encounter with the aesthetic thought of Rosario Assunto decisively shaped his path: photography not as a descriptive practice, but as a critical and metaphysical inquiry into landscape, matter, and light.

Active within the analog context of the time, Scimone rooted his research in black and white from the outset. While analog photography initially represented the historical condition of the medium, over time it became a structural and ontological choice: not merely a technique, but a device through which photography is configured as a material experience of light and time.

Working with medium and large format, he deepened his exploration of chemical processes and the expressive possibilities of photographic emulsion, transforming the surface of the image into a site of stratification. Gelatin, tonal densities, abrasions, residues: matter is not a neutral support, but a field of tension and temporal sedimentation.

Between the 1980s and 1990s, he created fundamental cycles dedicated to the Sicilian sulphur mines and industrial archaeology, removing the landscape from a documentary dimension and orienting it toward a symbolic and formal structure. During this period, he developed Grignotage, a personal technique of photographic incision based on the manipulation and subtraction of deep blacks, leading the image toward a threshold where photography, graphic art, and plastic surface converge.

At the same time, he experimented with Polaroid Transfer and Polaroid Negative processes, conceiving the work as an unrepeatable event and an open process. The cessation of Polaroid production in 2008 marked a technical discontinuity that coincided with a progressive radicalization of his research in an essential and conceptual direction.

Since the 2000s, his production has been articulated in the trilogy La Terra Metafisica — Land / City / Sea, in which natural landscape, urban structure, and the Mediterranean are assumed as perceptual devices and symbolic categories. In this context, Sicily is no longer a geographical place but a phenomenological laboratory: a space of appearance, suspension, and rarefaction, where light and time manifest themselves as primary conditions of visual experience.

Subsequent cycles — including Imaginary Landscape, Sea in Suspension, Materia e Luce, and Human — further deepen the image as process and threshold, orienting photography toward a dimension of formal rarefaction and ontological inquiry. The work withdraws from narration to configure itself as a space of experience and thought.

Alongside his artistic practice, since 1986 Scimone has carried out intense teaching activity, contributing to the transmission of analog photographic culture as a critical and conscious language.

His works are present in public and private collections, museums, foundations, and photographic archives, and have been the subject of exhibitions and publications dedicated to landscape, architecture, and the memory of places.

The work of Attilio Scimone stands out for redefining photography as a device of knowledge: not a representation of reality, but a space in which matter and light render perceptible the tension between appearance and permanence, between the visible and the invisible.